La Ragazza della Porta Accanto: Il primo incontro.
Ricordo come fosse ieri quando lei assieme alla sua famiglia venne ad abitare in Vico Volpe, vicino a casa mia a due passi da Marina Corta. Erano i tempi di quando la nostra bella Lipari era un grande paese. Naturalmente era un’altra epoca, altri tempi, è vero, quando in ogni casa si udivano le urla gioiose di tanti bambini e di mamme che la domenica e per le feste raccomandate preparavano i maccheroni fatti in casa col sugo di carne di maiale con le cotiche.
Le nonne rammendavano le calze, mentre altre chiacchieravano davanti all’uscio di casa. Erano altri tempi quelli che noi, usiamo ripetere con nostalgia, quando le case non si chiudevano mai a chiave e la gente della comunità eoliana. era genuina, integra, generosa, compatta e le buone maniere, la comprensione regnava nel vicinato. La soddisfazione per le piccole cose era grande, come le tenerezze quotidiane e i baci che si usavano dare ai genitori, agli anziani e a quei tanti ragazzi che se anche eravamo chiassosi per i nostri giochi innocenti, eravamo perdonati.
Le carezze delle mamme non mancavano mai, come non mancavano mai i racconti dei vecchi, la sera davanti all’uscio di casa, sotto la luce dei lampioni, dove tutti seduti sugli scalini dei portoni erano ad ascoltare in sacrosanto silenzio le storielle e racconti dei più anziani.
Le nonne filavano la lana, e facevano le calze di lana da indossare durante le fredde e umide notti del lungo inverno e le mamme mai stanche, continuavano a rammendare indumenti che venivano riciclati e con cura conservati per essere riusati, la stagione prossima a venire. Noi, amici di Marina Corta, eravamo giovani ragazzi, ci volevamo bene, ci spartivamo gioie e dolori ma soprattutto eravamo uniti e ci rispettavamo.
Lipari è come una coperta di stracci unita con un filo di ricordi lontani, e quando uno di questi fili si strappa, non c’è più il modo di ricucirlo e il ricordo svanisce nel tempo, come se facesse parte di un tempo del passato che non c’è più. Sovente mi giro indietro e guardarmi com’ero allora e mi rivedo bambino allegro, vivace, poi mi rivedo ragazzo, poi giovane e quando ho cominciato a capire che non era possibile vivere a Lipari, non vedevo l’ora di lasciare il mio paese inespressivo e senza futuro.
Ricordo come facendo un tuffo nel passato, come fosse ieri, a rivedere quei tempi meravigliosi, a ricordare con affetto i miei compagni di allora, di quella generazione di semplicità, ricca di felicità, a piangere gli amici che non ci sono più e mi rattristo nel pensare di come è cambiato il modo di vivere di questo nuovo mondo assurdo e aberrante per noi del passato e considerato meraviglioso per loro. Non era brutto allora stare a Lipari anzi, ci stavamo bene se non fosse arrivata la grande crisi e tutti abbiamo conosciuto tempi bui e in pochi anni, la grande isola di Lipari fu stravolta dalla miseria, dalla fame, dalla desolazione e venne anche la sventura.
In pochi anni, la disoccupazione aumentò in modo pauroso e la disperazione costrinse migliaia d’isolani a lasciare le loro case, intere famiglie per imbarcarsi su quelle gigantesche navi carichi di emigranti lasciarono il paese sparpagliandosi per il mondo, alla ricerca di un lavoro sicuro e di migliore fortuna, per potere aiutare la famiglia a non soffrire la fame. La tristezza, la nostalgia degli emigranti fu il pensiero più doloroso per questi uomini bruciati dal sole e dalla sofferenza per l’atroce distacco delle famiglie lasciate sole, al proprio paese. A quei tempi ero molto giovane, quasi un giovanotto, ricordo bene la dolorosa partenza della famiglia Puglisi e della mia compagna di vicinato “La Ragazza della Porta Accanto”.
Questa è la vera storia di “Peppino Puglisi” (un tipico esempio di tante migliaia di emigrati isolani), abitante nella salita di San Giuseppe a Lipari, che durante gli anni bui e di grande crisi ovunque, rimasto senza lavoro e senza speranza di trovarne, partì emigrante per l’Australia. Sposo di Virginia Marino e papà di cinque figli, Peppino Puglisi, chiamato (come si usava allora), dalla sorella Sarina, emigrata assieme al marito Peppino Basile, contadino di Vulcano nel 1949, decide con grande coraggio di lasciare la giovanissima moglie Virginia e i suoi cinque figli in tenera età e partire emigrante per l’Australia in cerca di migliore fortuna.
Dopo qualche anno dalla partenza di Peppino, la sua famiglia venne ad abitare nella casa di Vico Volpe di sua proprietà, vicino a casa mia, a due passi da Marina Corta. Quando vidi per la prima, Bartolina la figlia più grande, rimasi abbagliato dalla sua personalità in erba. Lei, era una ragazza molto carina, alta, magrolina, brunetta, ben fatta, quasi una signorinella, una piccola donna, un bocciolo di rosa appena accennato. In quei anni, facemmo amicizia soprattutto con Mario il fratello maggiore e di conseguenza con tutta la famiglia.
Frequentando assiduamente Bartolina, mi resi conto che lei era molto più matura dell’età che aveva, tanto che mamma Virginia si fidava ciecamente di lei affidando le sorelline più piccole. Ero considerato da mamma Virginia un bravo ragazzo, molto serio, educato e mai invasivo della loro privacy e per questo avevo la possibilità di frequentare spesso la sua casa. Bartolina mi piaceva molto come mi piaceva il suo modo maturo di comportarsi, molto delicata, educata, come una signorinella sicura di sé.
Mi piaceva anche il suo linguaggio pulito, la sua sincerità, il suo dolce sorriso e i suoi occhi meravigliosi color del cielo azzurro. Da quando ero tornato dal mio impegno di lavoro avuto al Villaggio turistico: “La Connaissance du Monde” di Vulcano, la perla nera del turismo Eoliano, Bartolina era divenuta il simbolo del mio amorino segreto, naturalmente ricambiato dal suo dolce e splendido silenzioso sorriso.
Di Felice D’Ambra






