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Quando il lutto non basta più: l’odio social che travolge anche il dolore

EDITORIALE – L’odio social – 

La vicenda che ha coinvolto la ministra Eugenia Roccella, colpita dalla scomparsa del marito durante un’escursione al Lago di Vico, ha aperto una ferita che va oltre la cronaca.

Non riguarda solo la politica, né le dinamiche di schieramento. Riguarda noi, la nostra capacità di restare umani di fronte al dolore altrui. Sui social, infatti, il lutto non sembra più rappresentare un limite, un confine etico, un momento in cui la comunità sospende il giudizio per lasciare spazio alla solidarietà.

Al contrario: proprio nei momenti più fragili, l’aggressività digitale sembra intensificarsi.

La deumanizzazione: quando l’altro diventa un bersaglio

Secondo la psicologa sociale Chiara Volpato, il fenomeno non è nuovo, ma oggi assume una forma più radicale. «Non è un odio che si rivolge a uno schieramento politico, ma verso chi ha il potere. La deumanizzazione avviene quando non vedo più nell’altro una persona, ma un oggetto», spiega. È un meccanismo che si alimenta della distanza emotiva dei social: l’assenza di contatto visivo, la rapidità dei commenti, la logica del “tutto e subito” che trasforma ogni evento in un’arena.

In questo contesto, il dolore personale diventa materiale da scontro, un pretesto per ribadire ostilità già sedimentate. Il lutto, che dovrebbe essere un momento di sospensione, viene invece risucchiato nella spirale dell’odio.

Il ruolo delle donne: la visibilità che disturba

La vicenda di Roccella si inserisce in un quadro più ampio: quello dell’ostilità sistematica verso le donne che occupano spazi pubblici. «La visibilità femminile negli spazi pubblici dà fastidio», ricorda Volpato. E la lista delle donne colpite da campagne d’odio è lunga: leaders politiche, attiviste, giornaliste, tutte accomunate da un elemento ricorrente — l’essere donne in ruoli di potere.

La violenza verbale non riguarda solo le scelte politiche, ma il corpo, la voce, la presenza stessa. È un attacco che mira a ridimensionare, a riportare “al posto giusto”, a negare autorevolezza.

Perché accade? Una società che fatica a riconoscere i confini

La domanda centrale è semplice e inquietante: perché online non esistono più confini umani? La risposta, però, è complessa. I social amplificano emozioni e polarizzazioni, riducono la responsabilità individuale, creano l’illusione di un palcoscenico dove tutto è lecito. Il lutto, che nella vita reale impone silenzio e rispetto, nel mondo digitale diventa un evento da commentare, giudicare, manipolare.

E così, anche di fronte alla tragedia personale, l’odio non si ferma.

Una sfida culturale, non solo tecnologica

La vicenda della ministra Roccella non è un episodio isolato, ma un campanello d’allarme. Ci ricorda che la tecnologia non crea l’odio: lo amplifica. La sfida è culturale. Riguarda l’educazione digitale, la responsabilità collettiva, la capacità di riconoscere nell’altro — anche quando non la pensiamo allo stesso modo — una persona, non un bersaglio.

In un tempo in cui tutto è pubblico, immediato, condiviso, ritrovare il senso del limite è forse l’unico modo per restare umani.

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