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PEDAGOGIA – Rubrica a cura del Dr. Samuele Amendola: L’adolescente che chiama il 112 per sentirsi al sicuro

La storia di un ragazzo di quindici anni che chiama il 112 per chiedere aiuto dopo anni di vissuti familiari segnati da durezza e violenza non è soltanto cronaca. È una domanda educativa che ci riguarda tutti.

Quando un adolescente arriva a dire “mi trattano male”, sta comunicando che il luogo che dovrebbe essere casa, protezione, crescita, si è trasformato in uno spazio dove prevalgono tensione, paura e solitudine.
Dal punto di vista #pedagogico, ciò che emerge non è solo l’episodio raccontato, ma un clima educativo in cui l’errore, la scuola, il rendimento diventano occasione di reazione e controllo, anziché opportunità di accompagnamento.

Educare non è mai imporre. Non è correggere con la forza. Non è generare paura per ottenere obbedienza.
Educare significa costruire senso, offrire guida, sostenere il percorso di crescita senza umiliazione e senza violenza.
Il ragazzo, prima ancora di rivolgersi alle istituzioni, ha cercato un interlocutore altrove, perfino in uno strumento digitale. Questo non deve sorprenderci, ma deve farci riflettere.

Un adolescente non dovrebbe essere costretto ad affidarsi a un’Intelligenza Artificiale per sentirsi ascoltato. Dovrebbe poter incontrare, nella sua quotidianità, presenze educative stabili: a scuola, nei contesti sportivi, nei servizi del territorio. Figure pedagogiche ed educative, reali e non virtuali, capaci di accogliere, leggere i bisogni, accompagnare i passaggi difficili della crescita. 

Perché la vera prevenzione nasce dalla relazione.
Dalla possibilità di avere adulti competenti che sappiano esserci prima dell’emergenza.
Questa storia ci ricorda una responsabilità collettiva: la comunità educante – scuola, servizi, territorio, adulti di riferimento – deve essere rete, presenza, ascolto. Ogni ragazzo ha diritto ad un ambiente in cui sentirsi rispettato, accompagnato e riconosciuto. 
Rubrica a cura del Dott. Samuele Amendola, Pedagogista

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