A 94 anni si spegne l’uomo che visse l’eccidio del ’47 e trasformò il dolore in lotta per la giustizia sociale
C’è una memoria che non si deposita sui libri di storia ma si incide nella carne, negli occhi di chi ha visto, nelle mani di chi ha raccolto i corpi. Serafino Petta apparteneva a quella razza di uomini che portano dentro il peso di una ferita collettiva, trasformandola in missione di vita. A 94 anni, con la sua scomparsa, si chiude un capitolo vivente della storia siciliana più dolorosa: quello di Portella della Ginestra.
Era il primo maggio del 1947. Mentre l’Italia cercava faticosamente di rialzarsi dalle macerie della guerra, in quella conca verde delle campagne palermitane si consumava una strage che avrebbe segnato per sempre il destino della Sicilia. Braccianti, donne, bambini radunati per festeggiare il lavoro e la speranza furono falciati dal fuoco della banda di Salvatore Giuliano. Undici morti, decine di feriti. E tra i sopravvissuti, un giovane Serafino che quel giorno capì che il silenzio sarebbe stato complicità.
Ma Petta non scelse la strada della rassegnazione. La sua risposta alla violenza fu l’impegno, ostinato e quotidiano. Si gettò nelle lotte contadine che in quegli anni infuocavano la Sicilia, quando migliaia di disperati occupavano i latifondi reclamando quella terra che i baroni negavano e che lo Stato prometteva senza mantenere. Divenne dirigente della Cgil, portando con sé non slogan ideologici ma la memoria concreta di cosa significasse essere dalla parte degli ultimi in una Sicilia dove il potere parlava il linguaggio della lupara.
Per decenni Serafino Petta è stato qualcosa di più prezioso di uno storico: è stato un testimone. Nelle scuole, nelle piazze, ovunque qualcuno volesse capire davvero cosa era accaduto quel maledetto primo maggio, c’era lui a raccontare. Senza retorica, senza filtri. Con quella lingua schietta di chi non ha bisogno di abbellire l’orrore perché l’ha respirato.
In un’epoca in cui la memoria storica si sfoca, divorata dalla velocità dell’oblio mediatico, uomini come Petta rappresentano argini fragili ma necessari contro la cancellazione. La sua testimonianza non era nostalgia ma monito: ricordare Portella significa ricordare che dietro ogni conquista sociale c’è stato un prezzo di sangue, che la democrazia non è un regalo ma una conquista da difendere ogni giorno.
Oggi che Serafino Petta non c’è più, resta la responsabilità di chi rimane: raccogliere quella staffetta della memoria, impedire che Portella diventi solo una data sui manuali scolastici, un toponimo svuotato di senso. Perché quella strage non fu un incidente della storia ma un progetto politico preciso: spezzare con il terrore le rivendicazioni dei più poveri, insegnare con il piombo che certe aspirazioni si pagano care.
La Sicilia perde uno dei suoi ultimi custodi autentici. Un uomo che ha fatto della propria esistenza un ponte tra il passato e il presente, tra la tragedia e la speranza. E mentre la terra di Piana degli Albanesi accoglie il suo corpo, il suo testamento morale resta scolpito: la memoria è un atto politico, un dovere verso chi non può più parlare.
Addio, Serafino. Il tuo ultimo comizio è stato una vita intera.









