Cristoforo Carbone, da tutti conosciuto come Ruccio, nasce a Canneto nell’isola di Lipari nel 1931.
Animo ribelle e un po’ vagabondo, incontra l’amore a Siena, dove si sposa e rimane fino al 1985. Torna a Canneto dopo il divorzio e finalmente si toglie le scarpe (anche in senso letterale) simbolo di una vita che non aveva mai amato davvero, lontano dalla sua isola.
Scrive versi, scrive di amore per la sua terra, scrive di nostalgia, scrive di affanni e di riposo…
E ci lascia tutti un po’ più soli in uno dei giorni (e nell’anno) più neri della nostra storia, il 23 maggio 1992, il giorno della strage di Capaci.
Di Ruccio Carbone
Nessuno muore se nei suoi amici rimane vivo il ricordo che e’ fatto di tante piccole e grandi cose; io credo di averne costruite molte negli anni passati, e oggi le rivendico. Rivendico da voi, amici miei e miei familiari, il diritto alla vita alla quale sono stato sempre attaccato come un’ostrica allo scoglio. Rivendico da voi l’amore che vi ho dato, che ho ricevuto e voglio continuare a ricevere. Vi affido questi miei versi che sono, appunto, il veicolo del mio esistere.
Io sono ancora qui, nelle mie Isole forti e struggenti, nel vicolo tra la baracca e la mia “casajanca “. Non cercatemi nella mia piccola cappella del cimitero di Canneto. Non e’ li che mi troverete. Li c’e’ solo il mio corpo mortale, deposto nel 1992 per un’incidente di percorso. Cercatemi nell’aria tiepida che vi avvolge come un’amante, nel caldo brontolio dello Stromboli, nel bianco abbacinante della pomice, nel largo volo dei gabbiani, in questi miei versi che vi affido. Scoprirete che vi voglio ancora bene.
Nel video, Ruccio legge tre tra le sue poesie più belle.
Ruccio e la figlia Silvia. 







