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PEDAGOGIA – Rubrica a cura del Dr. Samuele Amendola: Quando la scuola smette di educare…

QUANDO LA SCUOLA SMETTE DI EDUCARE E COMINCIA A DIAGNOSTICARE.

Negli ultimi anni la scuola italiana ha progressivamente assunto un linguaggio sempre più clinico: BES, DSA, ADHD, spettro, funzionamento, protocolli compensativi.
 
Certamente il riconoscimento dei bisogni educativi rappresenta una conquista importante sul piano dei diritti e dell’inclusione, ma il rischio emerge quando la diagnosi diventa il filtro interpretativo attraverso cui leggere ogni difficoltà scolastica o relazionale. 
 
Da pedagogista, ritengo che un bambino non possa coincidere con la sua etichetta clinica. Un alunno non è “un DSA”, “un ADHD” o “un caso”. È prima di tutto una persona in crescita, con bisogni neuropedagogici, emotivi, relazionali ed educativi che non possono essere ridotti a una categoria diagnostica. La scuola nasce come luogo educativo, non terapeutico.
 
Quando l’istituzione scolastica assume prevalentemente una funzione clinico-riparativa, rischia di perdere la propria identità pedagogica: quella di accompagnare lo sviluppo umano attraverso relazioni, esperienze, motivazioni e significati. 
 
L’incremento delle diagnosi negli ultimi anni è un dato reale. Le certificazioni DSA sono cresciute in maniera costante nelle scuole italiane. Tuttavia, una domanda pedagogica resta aperta: stiamo davvero comprendendo meglio i bisogni dei ragazzi oppure stiamo medicalizzando ogni forma di difficoltà scolastica? 
 
Molti comportamenti che emergono in classe possono essere collegati a bisogni educativi profondi: bisogno di ascolto, di tempi rispettosi dei ritmi individuali, di relazioni significative, di motivazione, di educazione alle relazioni e ai sentimenti, di sentirsi protagonisti della propria formazione e riconosciuti. Una scuola centrata esclusivamente sulla performance tende inevitabilmente a produrre senso di inadeguatezza e disagio relazionale.
E quando ogni difficoltà viene letta prevalentemente in chiave clinica, si rischia di perdere la complessità educativa della persona.
Il problema nasce quando la pedagogia arretra e delega completamente ad altri professionisti la comprensione del processo educativo. La scuola dovrebbe recuperare alcune dimensioni essenziali: l’osservazione educativa autentica, la centralità della relazione, la personalizzazione didattica non burocratica, l’educazione alle relazioni e ai sentimenti e una reale collaborazione tra famiglia, scuola e territorio valorizzando il Patto di Corresponsabilità Educativa.
 
Educare significa comprendere i bisogni evolutivi della persona e creare contesti che permettano a ciascuno di apprendere secondo le proprie modalità. Una delle derive più pericolose oggi è l’idea implicita che ogni bambino debba rientrare in standard prestazionali rigidi. Chi non si adatta abbastanza rapidamente viene interpretato come problematico.
Ma la pedagogia ci insegna che i tempi di sviluppo non sono identici per tutti e che l’apprendimento non è una catena di montaggio. Esistono profili pedagogici differenti, sensibilità differenti e modi differenti di stare nel mondo.
 
Una scuola realmente inclusiva non è quella che moltiplica le etichette, ma quella che sa leggere i bisogni educativi senza trasformare automaticamente ogni difficoltà in patologia. Oggi più che mai serve un equilibrio tra dimensione clinica e dimensione pedagogica. La clinica può aiutare a comprendere alcune condizioni specifiche; la pedagogia deve continuare a interrogarsi su come costruire contesti di crescita sani, pedagogicamente ricchi e umanizzanti.
 
Il compito della scuola è accompagnare le persone nella costruzione della propria identità, delle proprie competenze e della propria autonomia. E questo richiede qualcosa che nessuna diagnosi potrà mai sostituire: presenza educativa, ascolto autentico e fiducia nelle possibilità di sviluppo di ogni bambino. 
Dott. Samuele Amendola
Vicepresidente Nazionale APEI
Presidente APEI Sicilia
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