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Giuseppe Sinopoli: Il Maestro che aveva scelto Lipari come dimora dell’anima.

Venticinque anni senza Sinopoli.
Il Maestro che aveva scelto
Lipari come dimora dell’anima.

Medico, archeologo, compositore, direttore d’orchestra. Giuseppe Sinopoli fu tutto questo insieme — e nella sua complessità irripetibile scelse le Isole Eolie come rifugio, come ritorno, come luogo del ritrovamento di sé. 

l 20 aprile 2001, sul podio della Deutsche Oper di Berlino, mentre conduceva il terzo atto dell’Aida di Verdi, Giuseppe Sinopoli si spense. Un infarto fulminante, a soli cinquantaquattro anni, lo fermò nel gesto che aveva scelto come forma suprema di esistenza: stare davanti a un’orchestra. La serata era dedicata alla memoria di Götz Friedrich, il sovrintendente del teatro scomparso poco prima. Sinopoli aveva scritto per lui una dedica che si chiudeva con le parole dell’Edipo sofocleo prima di lasciare Colono: “Tu e questo paese abbiate buona sorte, e nella prosperità ricordatemi, quando sarò morto, per sempre felici.” Era come se avesse già scritto il proprio commiato.

Venticinque anni dopo, quel vuoto non si è colmato. Non perché manchino i grandi direttori — il mondo della musica ne ha prodotti altri, e ne produrrà ancora. Ma perché Sinopoli era qualcosa di difficilmente classificabile, una figura che la storia della cultura italiana del Novecento fatica ancora a inquadrare nei suoi contorni reali.


Veneziano di nascita, siciliano d’origine e d’anima — il padre era messinese — crebbe tra Messina e Venezia, poi Darmstadt, Vienna, Siena. Si laureò in medicina e chirurgia all’Università di Padova con una tesi in antropologia criminale. Studiò composizione con György Ligeti e Karlheinz Stockhausen. Studiò direzione d’orchestra con Bruno Maderna. Si appassionò all’archeologia fino a mettere insieme una raccolta di reperti di valore museale, e stava per discutere la tesi in archeologia all’Università La Sapienza di Roma — il 23 aprile 2001, tre giorni dopo la sua morte.


Non erano passioni parallele che coesistevano senza toccarsi. Erano facce di un’unica, instancabile indagine: capire l’uomo, attraverso tutti gli strumenti che la conoscenza mette a disposizione. La medicina come studio del corpo e della psiche, l’archeologia come ascolto del tempo sepolto, la musica come linguaggio dove tutto questo confluisce e trova forma. Sinopoli era, nell’accezione più autentica del termine, un intellettuale totale — e sul podio questa totalità si sentiva, si vedeva, trasformava le esecuzioni in qualcosa che trascendeva la semplice esattezza tecnica.

“Tornare a Lipari significa, ogni volta, situarsi, ritrovare il situm, il luogo privilegiato, il centro da cui si irradiano, indietro nel tempo, innumerevoli fili, per millenni.”— Giuseppe Sinopoli —

Lipari entrò nella vita di Sinopoli come entrano i luoghi che diventano necessari: per caso, e poi per sempre. Lui e sua moglie Silvia presero casa nell’arcipelago eoliano, attratti da quello che il Maestro amava definire la “bellezza colta” di queste isole — una bellezza non ornamentale, non da cartolina, ma stratificata, antica, capace di parlare a chi sa ascoltare. Nelle Eolie Sinopoli trovava il contrappeso alle grandi capitali della musica mondiale: qui scaricava la tensione dei tour internazionali, ripartiva nel lavoro, ritrovava il silenzio necessario a chi passa la vita ad ascoltare.

Le sue soste invernali a Lipari erano note a chi lo conosceva. Arrivava tra un concerto e l’altro, senza il clamore che accompagnava ogni sua apparizione pubblica. Camminava, guardava, pensava. Le isole della “bellezza colta” gli restituivano qualcosa che nessuna sala da concerto, per quanto prestigiosa, poteva dargli. 

“Il concerto che dirigerò in Cattedrale è un gesto di gratitudine verso Lipari, dove io e mia moglie abbiamo preso casa affascinati dalle bellezze naturali dell’arcipelago… I brani selezionati mostrano il nesso fra la prima e la seconda scuola viennese, fra il mondo di Schubert e quello di Berg, caratterizzati entrambi dall’ansia della sperimentazione e dal bisogno del gioco, della leggerezza.” 

Così scrisse Sinopoli in occasione del concerto di Natale nella Cattedrale di San Bartolomeo a Lipari — una serata che chi era presente non ha dimenticato. La cattedrale era gremita come non lo era mai stata, eppure per tutta la durata dell’esecuzione non si sentiva un fruscio. La musica occupò ogni centimetro di pietra, ogni volta di quella navata. Fu, per Lipari, qualcosa di più di un concerto: fu un atto d’amore ricambiato, un dono che un artista di fama mondiale scelse di fare all’isola che lo aveva accolto.

Quella serata rimane nella memoria collettiva di Lipari come uno di quei momenti che definiscono un’epoca — non per la presenza di un nome celebre, ma per la qualità rara di ciò che avvenne: un incontro vero tra un artista e un luogo, mediato dalla musica. 

E rimane Lipari. Rimane quella cattedrale dove la musica risuonò in un Natale indimenticabile. Rimane la casa sull’arcipelago, scelta tra tutte le città del mondo da un uomo che aveva diretto le orchestre di Londra, Dresda, New York, Vienna, Berlino. Rimane quella frase — “la bellezza colta” — che lui usava per le Eolie e che dice più di ogni lungo elogio.

Il Maestro è partito dal podio di Berlino su un’Aida, come se la musica non avesse voluto lasciarlo andare in altro modo. Ma una parte di lui è rimasta qui, tra queste isole di pietra nera e mare azzurro, in questo arcipelago che lui aveva scelto come centro del mondo.

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