Questa foto, scattata a Marina Corta nel 1902, ritrae gli appartenenti alla Commissione, voluta dal Sindaco di Messina Antonio Martino, che avrebbe dovuto creare una guida “moderna”della città in occasione del Congresso dei Sindaci d’Italia. Riporto integralmente il post di Franco Genovese.
Di Elvi Raffa
Virgilio Saccà e la sua Messina
1868 – 1908.
Nel novembre del 1901, il sindaco di Messina, Antonino Martino, ebbe un’idea che oggi chiameremmo una visione civica.
La città si preparava a ospitare il Congresso dei Sindaci d’Italia, e Martino volle che i visitatori non trovassero solo un porto e un municipio, ma una città che sapesse raccontarsi. Convocò allora una Commissione con l’incarico di redigere una guida moderna, degna di una città che si sentiva, a ragione, un crocevia del Mediterraneo.
I nomi di quella Commissione meritano di essere letti tutti, uno per uno, perché sono la vera Messina di inizio Novecento, quella che nessun libro di scuola racconta: Tommaso Cannizzaro, Gioacchino Chinigò, Leopoldo Nicotra, Gaetano Oliva, Giuseppe Arenaprimo, l’ingegnere Caselli, Gaetano La Corte Cailler, Francesco Vitale, Carlo Ruffo della Floresta. E, tra loro, Virgilio Saccà.
Lavorarono per mesi. Nel luglio del 1902 si concessero anche una gita a Lipari, forse per festeggiare i progressi del lavoro, forse solo per il piacere di stare insieme davanti al mare. Una fotografia li ritrae su quelle rocce: in piedi Leopoldo Nicotra, Gioacchino Chinigò, Tommaso Cannizzaro, Mariano Capra, il capitano della torpediniera che li aveva accompagnati, Giuseppe La Valle; seduti Gaetano La Corte Cailler, Francesco Carlo Ruffo, Virgilio Saccà. Uomini in giacca e cappello, sorridenti, con alle spalle le case di un paese che allora non sapeva di essere, in qualche modo, un presagio.
Il libro uscì nel 1902: “Messina e Dintorni, Guida a cura del Municipio”, quattrocentoventotto pagine per la tipografia Crupi. Chi lo ha studiato in seguito lo ha definito, con parole che oggi fanno gelare il sangue, “quasi a presagio della imminente sciagura” che di lì a sei anni avrebbe colpito quella stessa città che il libro celebrava.
Chi era, in mezzo a questo gruppo, Virgilio Saccà? Non un dilettante prestato alla cultura, ma uno studioso serio, uno dei pochi in Italia a occuparsi con metodo scientifico del soggiorno messinese di un pittore che allora nessuno considerava un genio come oggi: Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Nel 1906 pubblicò “Michelangelo da Caravaggio pittore”, e negli stessi anni una serie di studi sull’Archivio Storico Messinese che ancora oggi gli storici dell’arte citano: sui biografi del pittore, sulle incertezze e gli anacronismi della sua vita, sul suo autoritratto, sulla sua arte, sul suo passaggio per lo Stretto. Fu lui a scovare, tra le carte del notaio Plutino, un contratto del dicembre 1608 in cui il mercante genovese Giovan Battista de’ Lazzari si impegnava a costruire la cappella nella chiesa di San Pietro dei Crociferi, quella che avrebbe accolto la Resurrezione di Lazzaro. Fu lui ad avanzare per primo l’ipotesi sulla datazione dell’Ecce Homo al soggiorno messinese del 1609, un’intuizione che Roberto Longhi avrebbe ripreso e confermato decenni più tardi.
Quel documento del notaio Plutino, l’originale, è quasi certamente sparito nel terremoto del 28 dicembre 1908. Sopravvive solo perché Saccà lo aveva trascritto qualche anno prima. In un certo senso, il suo lavoro fu proprio questo: salvare dall’oblio quello che la sua città, di lì a poco, avrebbe perduto per sempre.
Il terremoto colse Saccà nel sonno, come colse quasi tutta Messina, alle cinque e venti del mattino del 28 dicembre 1908. Aveva quarant’anni. Nella stessa catastrofe morì anche uno dei suoi compagni di Commissione, Giuseppe Arenaprimo, storico e prosindaco della città. Il gruppo della fotografia di Lipari si spezzò in due destini opposti. Tommaso Cannizzaro, che aveva già settant’anni, sopravvisse e visse fino al 1921, l’ultimo custode di una Messina colta che il terremoto aveva reso quasi un ricordo.
Gaetano La Corte Cailler, il più giovane del gruppo, sopravvisse anche lui: pochi giorni prima del sisma gli era appena nata la seconda figlia, Maria. Dopo il disastro caricò tutti i suoi libri su un carro trainato da buoi e li portò personalmente all’Università di Messina, per salvare quel poco che restava della memoria scritta della città. Era stato lui, nel 1903, a scoprire negli atti del notaio Mangianti il testamento di Antonello da Messina.
Ecco allora chi era la Messina di Virgilio Saccà, e perché vale la pena conoscerla.
Non una città addormentata in attesa della propria fine, ma un cantiere vivo di uomini che studiavano, litigavano bonariamente sulle attribuzioni dei quadri, andavano in gita insieme, e credevano, con tutta la serietà di cui erano capaci, che raccontare bene la propria città fosse un modo per farla vivere più a lungo. Il terremoto ha spezzato quel cantiere a metà. Ma i libri di La Corte Cailler sono ancora in biblioteca, il testamento di Antonello è ancora leggibile, l’ipotesi di Saccà sull’Ecce Homo è ancora studiata dagli storici dell’arte.
In fondo, quella Commissione aveva ragione: raccontare bene Messina, davvero, l’ha fatta vivere più a lungo. Per questo, e per gli studi di mio padre, che per quarant’anni ha diretto quella stessa Biblioteca Universitaria dove i libri salvati da La Corte Cailler trovarono infine riparo, cerchiamo ancora oggi la bellezza della nostra Messina.
FRANCO GENOVESE






