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PEDAGOGIA – Rubrica a cura del Dr. Samuele Amendola: L’indole non è un destino: è un punto di partenza. 

Quando si parla di figli, capita spesso di sentire frasi come: “È fatto così”, “Ha un brutto carattere”, oppure “È buono di natura”. 

Ma davvero l’indole di un bambino è qualcosa di fisso, immutabile? Le conoscenze pedagogiche e neuroscientifiche di oggi ci invitano a guardare la questione in modo diverso, più profondo e anche più rassicurante. 

L’indole, che possiamo chiamare anche temperamento, è il modo in cui ogni bambino nasce predisposto a reagire al mondo: c’è chi è più tranquillo, chi più vivace, chi più sensibile, chi più determinato. Questa base ha una componente biologica che costituisce una sorta di “guida interna” al bambino, un’energia vitale. Tuttavia, non è un destino scritto. 

Maria Montessori offriva un’immagine molto potente per descrivere il bambino: quella dell’“embrione spirituale”. Con questa espressione voleva mettere in evidenza un’analogia molto significativa: così come l’embrione biologico, nelle sue fasi iniziali, è costituito da cellule totipotenti — cioè cellule che possono dare origine a qualsiasi tessuto del nostro organismo — allo stesso modo il bambino, dopo la nascita, possiede un potenziale aperto, capace di svilupparsi in molteplici direzioni. 

Questo significa che l’indole non è una forma già definita, ma una base viva e generativa. Il bambino non è “già fatto” ma è portatore di infinite possibilità. Il suo modo di reagire, di sentire, di muoversi nel mondo rappresenta l’inizio di un percorso, non il suo limite. 

Allo stesso modo, Lev Vygotskij ci ha insegnato che lo sviluppo non avviene mai in solitudine: ogni capacità cresce dentro una relazione, grazie all’incontro con adulti e contesti significativi. Il bambino non è solo ciò che è “dentro di lui”, ma anche ciò che diventa attraverso le esperienze condivise.
Oggi le neuroscienze confermano queste intuizioni: il cervello è plastico, cioè cambia continuamente in base alle esperienze. Questo significa che l’indole non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza: è il modo con cui il cervello entra in relazione con il mondo. 

Un bambino impulsivo, per esempio, non è “sbagliato”: ha semplicemente un modo più immediato di entrare in contatto con ciò che lo circonda. Se guidato con pazienza, potrà sviluppare consapevolezza e capacità di controllo senza perdere la sua energia. Un bambino timido, allo stesso modo, non è “debole”: potrebbe sviluppare la riflessività, ed essere attento, profondo, se sostenuto nel modo giusto. 

Il compito dell’adulto, quindi, non è cambiare l’indole del figlio, ma offrirgli strumenti per farla evolvere. Questo avviene attraverso il coltivare relazioni affettive stabili, autentiche e sicure, attraverso esempi educativi coerenti, per mezzo di ambienti che rispettano i tempi e le caratteristiche individuali. 

In altre parole, ogni bambino entra nel mondo con un suo modo unico di esserci. Ma, proprio come suggerisce l’immagine dell’embrione spirituale, dentro di lui esiste un campo di possibilità molto più ampio di quanto appare all’inizio.
Il temperamento non è una gabbia.
È l’inizio di un percorso. 

Rubrica a cura del Dott. Samuele Amendola, Pedagogista 

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