Una ricerca pubblicata su Quaternary International ricostruisce quattro millenni di storia geologica dell’isola, incrociando dati satellitari, rilievi subacquei e testimonianze storiche.
Di Stefano Virgilio
Al centro dello studio, l’area di Pignataro di Fuori, dove il mare ha inghiottito un antico insediamento della cultura di Capo Graziano
C’è un pezzo di storia eoliana che da quasi quattromila anni scende, lentamente ma senza sosta, verso il fondo del mare. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica Quaternary International, firmato da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, del CNR, delle Università di Roma, Bologna e Nijmegen, insieme alla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana.
Perché il livello del mare conta per l’archeologia
Le variazioni del livello marino, sia quelle globali legate al clima sia quelle “relative”, cioè locali, sono un elemento chiave per chi studia le coste e i siti archeologici sommersi. Lipari, isola vulcanica delle Eolie, è nota per i suoi giacimenti archeologici che vanno dalla metà dell’Olocene fino a oggi. Ma la complessità del suo assetto vulcanico e tettonico, che nel tempo ha portato alla sommersione di resti archeologici e storici, non è mai stata del tutto chiarita.
Per capirlo davvero serviva uno sforzo multidisciplinare mirato, capace di ricostruire come sono cambiati, negli ultimi quattromila anni, sia il paesaggio costiero sia quello sottomarino. Fino ad oggi esistevano solo studi frammentari: mancava un quadro geoarcheologico complessivo in grado di raccontare, tutto insieme, come Lipari sia stata segnata dall’innalzamento del mare e dallo sprofondamento del suolo.
Il metodo: dati geodetici, batimetria e immersioni
I ricercatori hanno messo insieme indicatori storici, archeologici e geologici raccolti sia a terra che sott’acqua: dati satellitari di geodesia, rilievi batimetrici multibeam ad alta risoluzione, profili sismo-stratigrafici del fondale, campagne di ricerca archeologica subacquea, rilievi topografici e la storia delle variazioni del livello del mare in quest’area.
Il dato più significativo riguarda i reperti dell’Età del Bronzo Antico ritrovati sommersi tra i 20 e i 42 metri di profondità: da questi indicatori, combinati in un’unica interpolazione lineare, emerge un tasso medio di subsidenza (cioè di sprofondamento del suolo) pari a 7,9 ± 0,34 millimetri all’anno, un trend che secondo i ricercatori è proseguito ininterrottamente fin dall’Età del Bronzo Antico, quasi 3900 anni fa.
Non un relitto, ma un villaggio inghiottito dal mare
La scoperta più rilevante riguarda proprio l’interpretazione di questi dati: la vasta area di frammenti ceramici sommersi, individuata al largo di Pignataro di Fuori, non sarebbe il relitto di un’antica imbarcazione da trasporto, come ipotizzato decenni fa, bensì i resti di un insediamento costiero della cultura di Capo Graziano, la civiltà che nell’Età del Bronzo popolava le Eolie, progressivamente sommerso dallo sprofondamento del suolo e dall’erosione costiera.
Una rilettura che apre prospettive nuove: se un intero villaggio può essere scivolato sott’acqua nel corso dei millenni, è plausibile che altre strutture sommerse dell’Età del Bronzo si trovino ancora, inesplorate, al largo delle coste eoliane e di altri tratti del Mediterraneo — più al largo, probabilmente, di quanto finora si fosse ipotizzato.
Le tracce a Marina Lunga: un porto romano sprofondato di oltre dieci metri

Tra le testimonianze più chiare della subsidenza di Lipari c’è il porto di epoca romana di Marina Lunga, con le sue colonne crollate ormai sul fondale. Le fotografie subacquee mostrano i livelli originari della banchina confrontati con la profondità attuale: il molo, un tempo funzionante, oggi giace tra gli 8 e i quasi 10 metri sott’acqua. Non è un caso isolato: anche il pontile e le bitte d’ormeggio di Sottomonastero, costruiti circa 120 anni fa, sono ormai sommersi, così come i piani terra di diverse case costruite un secolo fa lungo la costa di Marina Lunga e nella vicina Canneto, periodicamente allagati. Perfino il sistema fognario di Lipari fatica ormai a scaricare le acque reflue in mare, perché lo sprofondamento del suolo ha sommerso il punto di sbocco, rendendo necessaria una manutenzione costante contro i danni delle mareggiate invernali.
La chiesa delle Anime del Purgatorio, testimone silenziosa a Marina Corta

Un altro tassello fondamentale arriva da Marina Corta, dove un dipinto del 1778 del pittore tedesco Jakob Philipp Hackert ritrae la chiesa delle Anime del Purgatorio ben al di sopra del livello del mare, con il suo arco voltato oggi visibile solo dall’interno dell’edificio, ormai sommerso. Le fotografie storiche del 1913-1920 mostrano ancora la chiesa e la piazza San Onofrio asciutte; oggi, invece, il ponte che un tempo collegava la piazza alla Capitaneria di Porto e alla chiesa risulta completamente sommerso, con la sola sommità dell’arco che riemerge dall’acqua. Il confronto tra la quota della banchina rilevata nel 2015 e quella della ricostruzione del 1938-39 conferma lo stesso, inesorabile trend.
Pignataro di Fuori: dal Lazzaretto borbonico ai vasi dell’Età del Bronzo

È proprio a Pignataro di Fuori che si concentrano le evidenze più significative. Le immagini aeree individuano la posizione del sito, con le rovine del Lazzaretto — l’antico ospedale costruito in epoca borbonica — le cui fondamenta sono oggi sommerse a 2,3 metri di profondità. Le foto subacquee delle prime esplorazioni, condotte nel 1972, mostrano i primi ritrovamenti di ceramiche antiche; quelle più recenti, del 2015, documentano gli ultimi rinvenimenti e il fondale nel punto esatto in cui sono stati recuperati i reperti dell’Età del Bronzo. Anche l’edificio dell’ex stazione di pompaggio nel porto di Pignataro, un tempo su terraferma, si trova oggi praticamente al livello del mare.
Uno sguardo al futuro
Lo studio non è solo un esercizio di ricostruzione storica: gli autori sottolineano che comprendere il ritmo e l’origine di questo sprofondamento — legato a una combinazione di fattori vulcano-tettonici e all’innalzamento eustatico del mare — è essenziale anche per valutare i rischi futuri di allagamento costiero nei quartieri di Marina Lunga e Marina Corta.
La ricerca è dedicata alla memoria di Sebastiano Tusa, archeologo e coautore dello studio, scomparso nell’incidente aereo in Etiopia del 2019: fu lui, per primo, a intuire l’importanza archeologica e geologica di questo sito sommerso al largo di Lipari.
Fonte: M. Anzidei, A. Bosman, D. Casalbore, A. Mazza, C. Romagnoli, R. La Rocca, E. Serpelloni, A. Vecchio, S. Tusa, “3900 years of land subsidence at Lipari Island (Italy): new insights for Early Bronze Age submerged findings”, Quaternary International, 2026.






