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LIPARI – Il relitto “maledetto” di Capistello: nuove ricerche nei fondali di Capistello. VIDEO

Il relitto “maledetto” di Capistello torna a parlare: nuove ricerche nei fondali di Lipari 

C’è qualcosa di antico e inquietante in quel tratto di mare sul versante orientale di Lipari. Duemilatrecento anni di silenzio, rotto ogni tanto da qualcuno che scende troppo in fondo e non torna su. La Secca di Capistello custodisce ancora i suoi segreti — e adesso la scienza torna a cercarne.

Una nuova campagna di ricerche archeologiche subacquee è in corso presso il relitto della Secca di Capistello, condotta dalla Soprintendenza del Mare in collaborazione con l’Università degli Studi di Malta, con il supporto di unità navali e operatori subacquei della Capitaneria di Porto. Le operazioni, già avviate, dovrebbero concludersi entro il mese.

Una storia lunga duemila anni

Nel 300 a.C., una nave si inabissò sul versante orientale di Lipari dopo aver urtato la sommità della secca, rovesciando il suo carico su un’area di oltre 1.200 metri quadrati. Il relitto giace adagiato su un fondale che scende fino a circa 102 metri di profondità.

Rimase lì indisturbato per secoli. Poi, nel 1966, Giovanni e Beppe Michelini, Enzo Sole e Santo Vinciguerra lo scoprirono durante un’immersione profonda per la ricerca del corallo tra Lipari e Vulcano. Quando la mano di Vinciguerra toccò per la prima volta il collo di un’anfora greco-italica nascosta dalla posidonia, il tumulo del carico appariva incontaminato. Da quel momento, non lo fu più.

La maledizione

Il nome — “relitto maledetto” — non è una trovata giornalistica. L’8 luglio 1969, una tragica immersione costò la vita a due ricercatori dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma: il professor Helmuth Schlager, vicedirettore dell’Istituto, e il suo assistente Udo Graf. Un terzo studioso sfuggì di un soffio alla morte. Da allora, il relitto è considerato “maledetto” perché è costato la vita a numerosi sub e tombaroli subacquei.

Nel mezzo, anni di saccheggi clandestini che svuotarono parte del carico prima che la comunità scientifica potesse intervenire in modo organico.

La prima campagna ufficiale e il futuro

Solo nel 1976, a distanza di dieci anni dalla scoperta, furono gli americani dell’Institute of Nautical Archaeology a riprendere l’esplorazione, avvalendosi di tecnologie all’avanguardia mai impiegate prima nell’archeologia sottomarina: una campana batiscopica, una camera di decompressione, telefono e televisione a circuito chiuso e persino un minisommergibile. L’esplorazione completa del relitto si concluse nel 1978.

Oggi l’obiettivo è diverso e più ambizioso. Grazie a finanziamenti nazionali e regionali già ottenuti, il traguardo è la musealizzazione del sito. Rendere accessibile — in modo sicuro e controllato — uno dei patrimoni sommersi più straordinari del Mediterraneo.

Nel frattempo, i fondali della Secca di Capistello continuano a restituire millenari tesori: nel 2015 la Soprintendenza del Mare ha recuperato un braciere commemorativo di epoca romana. Il mare tiene, il mare dà. A volte, però, prende. 

Video – Servizio della  TGR Sicilia 

 

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