Non tropicalizzazione, ma desertificazione. È la distinzione che il professor Tommaso La Mantia, docente di Scienze forestali all’Università di Palermo.
Ha voluto rimarcare con forza durante un recente incontro pubblico sul clima, smontando quella che definisce una vera e propria “leggenda urbana”: l’idea, cioè, che l’estate siciliana sempre più torrida stia trasformando l’isola in qualcosa di simile ai tropici.
La realtà, secondo il docente, è opposta e più preoccupante: la Sicilia non sta andando incontro a un clima caldo-umido come quello caraibico, ma a uno scenario arido, sempre più simile a quello di Dakar o Riad. Le proiezioni climatiche, spiega La Mantia, indicano un futuro con sempre meno pioggia e temperature sempre più alte, una combinazione che mette a rischio la sopravvivenza stessa della vegetazione arborea: anche quando piove a sufficienza, se il caldo si prolunga per troppi mesi l’albero è comunque destinato a soffrire.
Un problema che le isole conoscono bene
Se il capoluogo siciliano fa i conti con un rapporto di un albero ogni venti abitanti — tra i più bassi delle grandi città italiane — l’arcipelago eoliano vive una versione ancora più delicata dello stesso problema. Le nostre isole, per loro natura, hanno sempre dovuto convivere con risorse idriche limitate e suoli spesso poveri, in equilibrio con un clima mediterraneo già di per sé severo in estate. Un ulteriore inasprimento delle temperature e una riduzione delle piogge rischiano di aggravare condizioni che qui, tra siccità ricorrenti e gestione dell’acqua sempre in bilico — come raccontano periodicamente anche le cronache locali sui bilanci comunali — sono già un tema quotidiano, non un’ipotesi futura.
“Bisogna piantare, ma con criterio”
Il professore, che sta conducendo sperimentazioni sui monti di Palermo con diversi campi di piantumazione, non nasconde le difficoltà: durante l’estate appena trascorsa molte delle nuove piante hanno richiesto un’irrigazione quasi settimanale, come fossero ortaggi, e nonostante questo molte non sono sopravvissute. Ma per il docente la soluzione non è smettere di piantare alberi, bensì farlo con più attenzione, valutando anche specie non autoctone ma non invasive, selezionate proprio per resistere meglio a condizioni di caldo e siccità prolungati.
Un ragionamento che vale doppio per un territorio come quello eoliano, dove la vegetazione deve fare i conti non solo con il clima che cambia, ma anche con suoli vulcanici, salsedine ed esposizione ai venti. Ripensare quali alberi piantare, e dove, potrebbe diventare presto una priorità anche per i piani di verde pubblico e di tutela del paesaggio delle nostre isole, chiamate a difendere un patrimonio naturalistico che è, insieme al mare, il primo motivo per cui i visitatori continuano a sceglierle.
Mai più alberi violentati







