Nella scuola di oggi siamo continuamente alla ricerca di nuovi strumenti, metodologie e strategie didattiche.
A cura del Dott. Samuele Amendola
Pedagogista ed Educatore professionale socio-pedagogico
Innovare è certamente importante, ma dovremmo chiederci se tutto ciò che rende apparentemente più semplice il lavoro del bambino favorisca davvero il suo apprendimento.
Penso, ad esempio, alla diffusione delle schede prestampate nella Scuola Primaria. Fotocopie da completare, parole da inserire, crocette, esercizi già organizzati graficamente hanno sicuramente una loro utilità, ma quando diventano una presenza abituale rischiano di sottrarre spazio ad attività fondamentali come leggere e, soprattutto, scrivere.
Scrivere a mano non significa semplicemente riprodurre lettere e parole. Quando un bambino prende una penna e scrive sul proprio quaderno deve controllare il gesto, orientarsi nello spazio della pagina, coordinare occhio e mano, ricordare la forma delle lettere, collegare il segno al suono e alla parola e organizzare ciò che intende esprimere. La scrittura coinvolge quindi il bambino nella sua globalità e mette in relazione corpo, movimento, linguaggio, emozioni e pensiero.
È un aspetto sul quale la neuropedagogia ci invita a riflettere. Gli studi sul rapporto tra scrittura manuale e lettura mostrano quanto siano strettamente collegati il riconoscimento visivo delle lettere e i movimenti necessari per tracciarle. La mano, dunque, non è un semplice esecutore, ma partecipa all’esperienza dell’apprendere. Quando il bambino impara a scrivere una lettera sta compiendo un’esperienza che contribuirà anche al suo successivo riconoscimento durante la lettura.
Per questa ragione continuo a ritenere importante, soprattutto nei primi anni della Scuola Primaria, lasciare ai bambini il tempo necessario per scrivere a mano, esercitarsi nel corsivo, copiare una frase, fare un dettato, scrivere una poesia, accorgersi di un errore e correggerlo. Una cosa è accompagnare il bambino quando incontra una difficoltà, altra è eliminare preventivamente tutte quelle esperienze che richiedono gradualità, impegno ed esercizio.
In questo discorso rientra anche una questione sulla quale mi sono soffermato altre volte: “il quaderno piccolo”.
Mi chiedo perché nella Scuola Primaria sia stato quasi completamente sostituito dal quadernone. Per un bambino di sei o sette anni la dimensione dello spazio sul quale scrive non è affatto irrilevante. Una pagina più piccola è maggiormente proporzionata al suo campo visivo e gli permette di controllare più facilmente il rapporto tra occhio, mano e spazio di scrittura.
Con una lieve inclinazione del capo può avere una visione complessiva della pagina e organizzare meglio il proprio lavoro.
C’è anche un aspetto pedagogico molto semplice, ma importante. Terminare un dettato o una poesia e vedere una pagina completata restituisce immediatamente al bambino il risultato del proprio impegno. Quel piccolo “ho finito!” produce soddisfazione e incoraggia a proseguire. Davanti all’ampia pagina di un quadernone, invece, lo stesso lavoro può apparire più lungo e dispersivo e spesso una parte consistente del foglio rimane inutilizzata.
E allora una domanda nasce spontanea: non sarà che il quadernone risulta particolarmente comodo anche perché permette di incollare con maggiore facilità le schede fotocopiate?
Se così fosse, dovremmo riflettere su un principio pedagogico fondamentale: dovrebbe essere lo strumento ad adattarsi al bambino e non il bambino alle comodità organizzative dell’adulto.
A questa riflessione ne aggiungo un’altra che riguarda uno strumento ormai molto diffuso tra gli alunni: “la penna cancellabile”.
Dal punto di vista pedagogico non ne condivido l’uso, soprattutto nei primi anni di scuola. La questione potrebbe sembrare marginale, ma non lo è, perché riguarda direttamente il significato che attribuiamo all’errore nell’esperienza educativa.
Con la penna cancellabile l’errore può scomparire. Si strofina e ciò che era stato scritto non c’è più. Il foglio torna pulito, come se quell’errore non fosse mai esistito.
Ma perché dovremmo insegnare al bambino a far scomparire l’errore?
L’errore non deve essere nascosto: deve essere riconosciuto, compreso e corretto.
Una parola scritta in modo non corretto e successivamente corretta racconta un percorso. C’è un prima e c’è un dopo. Il bambino può vedere ciò che aveva scritto, confrontarlo con la forma corretta e riconoscere concretamente il cambiamento avvenuto nel proprio lavoro. Anche quel piccolo segno sul quaderno assume, così, un valore educativo.
Non dobbiamo trasformare la pagina in una vetrina nella quale tutto deve apparire perfetto. Il quaderno è prima di tutto uno strumento di lavoro del bambino e, proprio per questo, può contenere tentativi, correzioni, ripensamenti e conquiste.
Una pagina vissuta non è necessariamente una pagina perfetta.
Per questo preferisco una penna tradizionale e una correzione semplice e leggibile.
Lo stesso principio dovrebbe guidarci nel rapporto con le tecnologie digitali. Non si tratta di contrapporre carta e penna a tablet e computer, che possono offrire importanti opportunità e rappresentare, quando necessario, validi strumenti di supporto. Il punto è un altro: evitare che il digitale sostituisca troppo precocemente esperienze che il bambino ha bisogno di compiere attraverso la mano, il movimento e il contatto diretto con la scrittura.
Prima di diventare abilissimo nel muovere un dito su uno schermo touch, un bambino dovrebbe avere molte occasioni per impugnare una matita, dosarne la pressione, tracciare segni, rispettare gli spazi, collegare lettere, scrivere parole e rileggerle. In questa prospettiva anche il corsivo e gli esercizi di buona grafia conservano un preciso valore educativo e non possono essere liquidati come residui di una scuola del passato.
La questione, in fondo, non è scegliere tra vecchio e nuovo, ma domandarci quali esperienze siano realmente necessarie alla crescita e all’apprendimento del bambino.
Forse dovremmo ripartire proprio da qui: meno preoccupazione di facilitare ogni passaggio e maggiore attenzione al valore educativo dell’esperienza. Leggere un libro, scrivere a mano, utilizzare un quaderno proporzionato alla propria età, esercitarsi nel corsivo, accorgersi di un errore senza avere la necessità di farlo scomparire, correggerlo e proseguire sono azioni semplici, ma pedagogicamente significative.
Restituiamo allora ai bambini il piacere e il tempo di leggere e scrivere. Facciamolo con strumenti a loro misura e con la fiducia che possano, attraverso l’esercizio e l’esperienza, diventare progressivamente più autonomi.
Non è nostalgia della scuola di ieri.
È una scelta pedagogica per i bambini di oggi.






