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OPINIONI – Quando la scuola sapeva ancora emozionare: il ricordo di un maestro e di un metodo perduto

Sui ricordi del tempo verticale, tra principio e fine, alfa e omega, dove si forma la parola, il suono e l’accento. 

Di Aurelio Bellitti

ENZO GANCITANO, EX ALUNNO DI MIO PADRE AL LICEO CLASSICO DI MAZARA DEL VALLO (TP) MIA CITTA’ NATIA, INIZI ANNI ’60.

Quando i preti portavano la tonaca nera, i giovani liceali affrontavano un nuovo metodo di lettura delle lingue antiche, greco e latino, la lettura metrica, ritmata, una danza delle parole con il gioco degli accenti, il rispetto e, talora, l’annullamento degli spazi.

La lettura musicale dei passi latini e greci infondeva la sensazione sperimentata nella prima classe elementare, quando il mistero delle scritte sul libro era svelato e si poteva leggere in modo fluido e semplice.

Il “Va bene!” dell’educatore Bellitti non costituiva soltanto l’approvazione scolastica, ma la soddisfazione individuale di percorrere senza difficoltà un tragitto che sembrava tortuoso, di nuotare, restando a galla, con la percezione della capacità di possedere le acque del mare. Novità accettata era anche l’abbandono della rigida traduzione grammaticale per quella “libera” che consentiva alla mente di spaziare, di forgiare e comporre con parole proprie il senso del discorso.

Finalmente l’utilizzo del proprio intelletto per una traduzione interpretativa, non più legata alle norme e al dizionario, ma alle proprie capacità. Non mancava, alla fine dell’anno, il compiacimento della guida che, pur dopo tante stagioni d’ìnsegnamento, si lasciava prendere dall’appagamento con un sorriso contenuto, appena abbozzato.

“Anche per questo anno” forse pensava “sono riuscito a plasmare questa argilla amorfa ” Serietà e professionalità d’altri tempi, linguaggio forbito che, in principio, sembrava ricercato, ma in realtà era spontaneo e naturale. Gli apparteneva di diritto. Nei rarissimi momenti di rimprovero manteneva un tono fermo con parole garbate, mai al di fuori delle righe.

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