| EDITORIALE – |
La solitudine di una paziente e il dovere di un sistema che non può permettersi di fallire
Ci sono storie che, più di altre, riescono a raccontare lo stato di salute di un territorio. Non servono grandi numeri, né statistiche: basta un volto, un episodio, un’attesa che si dilata oltre ogni limite umano.
È il caso della donna di 67 anni rimasta per 14 ore al Pronto soccorso dell’ospedale “Fogliani” di Milazzo, con un polso fratturato, senza essere visitata. Una vicenda che non dovrebbe accadere, e che invece accade. E che, proprio per questo, pesa come un macigno.
L’Asp di Messina ha avviato un’indagine interna per ricostruire i fatti e valutare eventuali responsabilità. È un passo necessario, certo, ma non sufficiente a lenire la sensazione di smarrimento che episodi del genere generano nei cittadini.
Perché quando una persona entra in un Pronto soccorso, porta con sé dolore, paura, fragilità. E il sistema sanitario dovrebbe essere lì, pronto a rispondere. Non dopo un’ora, non dopo dieci, ma subito, come suggerisce il nome stesso: pronto soccorso.
Il presidente del Tribunale per i Diritti del Malato, Attilio Andriolo, ha definito il caso «la punta dell’iceberg». E non è difficile crederlo. Da tempo, infatti, si parla delle criticità organizzative e strutturali del presidio di Milazzo: carenze di personale, sovraccarico di accessi, tempi di attesa che diventano un percorso a ostacoli. Ma quando un paziente con un trauma evidente viene classificato con un codice verde e lasciato in sala d’attesa fino a sera, qualcosa si è incrinato molto più in profondità.
Questa storia, però, non riguarda solo Milazzo. Riguarda tutti noi. Riguarda la fiducia che riponiamo nelle istituzioni sanitarie, la certezza che, nel momento del bisogno, qualcuno ci prenderà in carico. Riguarda la dignità di chi soffre e la responsabilità di chi è chiamato a curare.
La donna, alla fine, ha scelto di andare in una struttura privata, dove la frattura è stata confermata. Una decisione comprensibile, ma che racconta una sconfitta collettiva: quando il pubblico non riesce a rispondere, non è solo un paziente a perdere. È l’intera comunità.
Serve personale, serve organizzazione, serve una visione. Ma serve soprattutto una consapevolezza: la sanità non è un servizio come gli altri. È il luogo dove si misura la civiltà di un territorio. E ogni volta che qualcuno resta solo in una sala d’attesa, quella civiltà si incrina.
Per questo, l’indagine dell’Asp non deve essere un atto formale, ma l’inizio di un cambiamento. Perché nessuno dovrebbe aspettare 14 ore per essere ascoltato. Nessuno dovrebbe sentirsi invisibile mentre chiede aiuto.
E soprattutto, nessuno dovrebbe uscire da un ospedale con la sensazione che il sistema lo abbia abbandonato.
Editoriale: di Stefano Virgilio






