MOVIDA SELVAGGIA: Cronistoria di un disastro annunciato. (Racconto inventato).
Nel lontano duemilaquattro, mentre la Volpe saggia si leccava ancora le ferite di una disavventura un po’ troppo impetuosa, il mondo attorno a lei si agitava con una frenesia silenziosa. I pomeriggi erano un balsamo per l’anima convalescente, trascorsi nella bottega dell’Orsetto, un artigiano dalle mani d’oro e il cuore generoso. Un giorno, il Gufo, un esemplare di quelli che si dicevano “illuminati” e “mai domi” nel piccolo villaggio, commissionò all’Orsetto una montagna di menu per il suo nuovo ritrovo, “La Triglia”.
L’Orsetto, sommerso dalle sue mille creazioni di miele e legno, non aveva un minuto libero per quell’impresa titanica: il Gufo pretendeva un elenco di nettari e pozioni tale da far impallidire la cantina della civetta più erudita, e con tanto di illustrazioni ad arte per riempire gli spazi più vuoti. Fu così che la Volpe, mossa dall’affetto per l’Orsetto e dalla disoccupazione galoppante, si rimboccò le maniche, benché del Gufo conoscesse solo le dicerie sulla sua natura innovatrice.
Nei pomeriggi successivi, tra inchiostro e disegni, la bottega dell’Orsetto divenne un covo di creatività. Il Gufo, in un momento di confidenza, confessò una sua passione segreta, quella di mescolare suoni come un alchimista, e sognava un intrattenimento musicale per la sua Triglia. Il problema? Il locale si affacciava sulla via più nobile del paese, e il Gufo, essendo in unione con una rispettabile Cerviatta del consiglio, voleva qualcosa che si allineasse al “bon ton” del centro storico. L’Orsetto, con il suo solito fare pensieroso, rimase muto per un bel po’, salvo poi confidarsi con la Volpe in privato.

Erano tempi grami per il divertimento. La terrazza delle Sabbie era sotto attacco, il Bagghiolo aveva tirato giù la serranda per un pasticcio legale. L’unica fuga era verso l’Isola di Zolfò, a bordo della zattera del Cormorano, per un ritrovo dove, si diceva, nemmeno si pagava. Una desolazione! Per non parlare della marineria: il Castoro aveva trasformato il suo antro in un ristorante di gran lusso, e la Talpa, dopo una parentesi politica di alleanze così “nazionali” da farla sprofondare ancora più in basso, aveva capito che il villaggio non faceva più per lei.
La Volpe, pur valutando ogni rischio e ogni conseguenza, si sentiva accecata da una irrefrenabile urgenza espressiva e dalla desolante mancanza di occupazione. Così, con un accesso all’ADSL (una meraviglia tecnologica di allora!) e la sua innata cultura musicale, si tuffò nell’impresa per accontentare l’amico Orsetto e il suo visionario committente, il Gufo.
Nacque così “L’Ora dell’Aperitivo Tranquillo”, un appuntamento quotidiano fatto di nettari rinfrescanti e una selezione musicale così lounge e chill out da far rilassare persino la Faina più nervosa, dalle sette di sera fino al coprifuoco delle ventitre e cinquanta.
All’inizio, fu un’ondata di stupore. I fedeli della Chiesa del Piccione, gli ausiliari del traffico (i futuri Guardiani della Viabilità), l’intera cittadinanza di pennuti e quadrupedi e persino gli addetti ai lavori si fermavano, occhi sgranati, orecchie tese. Poi, la cosa scivolò quasi inosservata, senza generare la minima dissonanza. Era l’equilibrio perfetto con l’ambiente circostante. Fino a un certo punto…
Come si suol dire nel bosco, “chi mangia fa molliche”, e l’idea, che aveva deliziato la collettività, aveva fatto breccia anche nel cuore del Cinghiale Capo, il Re della Tana a due passi dalla Triglia.
Il Cinghiale Capo, che gestiva la sua tana a soli due 200 metri dalla Triglia, pensò bene di proporre anch’egli un’iniziativa simile, dalle dieci di sera, con la medesima formula. Ma con un repertorio… be’, decisamente diverso. Avvalendosi di uno scimpanzé di sua vecchia conoscenza, un professionista che fino a quel momento aveva riprodotto le rime scanzonate del “Giovanotto” e i ritmi incalzanti degli “Articolo Trentuno”, la Volpe non ebbe bisogno di un palantir per intuire le catastrofiche conseguenze. Purtroppo, non si sbagliava.
Con la sua innata eleganza e modi garbati, la Volpe cercò di far notare al Cinghiale che certa musica, in quel contesto urbano, era del tutto decontestualizzata, suggerendo una certa cautela. Ma il pregiudizio arrivò prima delle parole. “Come lavori tu, dobbiamo lavorare tutti!”, le fu espressamente risposto, con un grugnito che non lasciava spazio a repliche. Ed è stato proprio quel “tutti”, mantra della politica del bosco di quegli anni, che ha permesso “proprio a tutti” di fare tutto, portandoci nella consunzione cacofonica in cui ancora ci troviamo.
La situazione degenerò del tutto quando, per “diversificare il prodotto”, il Cane randagio e la Braciola del villaggio, si proposero, con i loro rispettivi gruppi musicali, in alternanza alla Volpe e all’orsetto, nelle rispettive tane. Il Cane si lamentava che la Braciola si sentisse di più, benché fosse a duecento metri di distanza! Viceversa, l’altro replicava pretendendo ancora più volume! Era una gara a chi ululava e sferragliava più forte, a chi sovrastava l’altro con decibel sempre più alti.
Negli anni a seguire la volpe, disillusa al primo stadio; dopo che il re della moda italiana preferì andare in un altro locale, indignato dal comportamento di una cameriera, si dedicò a fare altro nel medesimo settore. Costretto a fare entrare lo special guest in consolle alle tree e trenta del mattino, perché i pipistrelli dovevano prima “succhiare il sangue” fino all’ultima goccia, capì che le tane del centro si erano trasformate in balere sotto le stelle.
Il resto, è rumore. E un disastro annunciato.






