RIFLESSIONI
Mi ritengo una persona fortunata. Vivo su un’isola bellissima, un luogo dove la voglia di vivere non conosceva stagioni, né estate né inverno.
Un posto in cui i bambini giocavano spensierati a nascondino tra i vicoli, mentre gli adulti sedevano sull’uscio di casa a parlare con i vicini, pulendo verdure o sbrigando piccole faccende quotidiane.
Era un paese vivo, nel senso più autentico del termine. I giovani si ritrovavano a giocare a calcetto in un campetto mattonellato dietro una scuola elementare; lo stesso che la domenica si riempiva di voci, risate e applausi per le partite di pallavolo e basket. Poco più in là, il campo di calcio, polveroso e consumato, era sempre colmo di gente: tutti a tifare la squadra del cuore, senza divisioni, uniti da un entusiasmo semplice e genuino.
E l’oratorio, aperto sempre a tutti, era il vero cuore pulsante del paese. Un luogo senza orari rigidi né porte chiuse, dove bastava entrare per sentirsi accolti. Gli animatori e il parroco erano presenti non come figure distanti, ma come punti di riferimento discreti, pronti ad ascoltare, consigliare o semplicemente condividere una risata.
Lì si cresceva senza accorgersene: tra una partita a ping-pong, un torneo improvvisato, una chiacchierata seduti su una panchina di legno. Era uno spazio di libertà e di incontro, dove nessuno veniva escluso e dove si imparava il valore dello stare insieme, del rispetto e dell’amicizia. Un luogo semplice, ma capace di dare a ognuno il senso di appartenere a una piccola comunità che sapeva prendersi cura dei suoi ragazzi.
La sera ci si incontrava al corso per fare le interminabili “vasche”, avanti e indietro, scherzando e ridendo di tutto, a volte persino del niente. E mentre la sera scivolava via, si racimolavano cinquanta lire qua e là per comprare una pizzetta o un calzone da dividere con gli amici. Bastava davvero poco per sentirsi parte di qualcosa.
Eppure, devo ammetterlo: quel luogo, pur appartenendomi profondamente, oggi non esiste più.
Restano strade vuote, a volte spazzate dal vento, altre dalla pioggia. Perché tutta quella vita, in fondo, ha scelto di rinchiudersi in una scatoletta. Uno spazio virtuale dove le risate si sono fatte silenzio, la leggerezza ha lasciato posto alla rabbia e la gentilezza all’odio che corre veloce nella rete.
Dove il libero “io non sto con nessuno” si è trasformato nell’obbligo di schierarsi, di appartenere per forza a una parte contro un’altra.E mentre scrivo e pubblico queste parole, mi accorgo di far parte anch’io di questo sistema, tanto reale quanto illusorio. Di questa sorta di “Matrix” che abbiamo costruito quasi senza rendercene conto: una rete di connessioni che, invece di unirci, spesso ci stringe come catene invisibili.
Eppure, conservo un sogno.
Quello di svegliarmi un mattino e ritrovare il mio paese.









