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Dopo i fatti dei rider di Milano, in Sicilia si riaccende il dibattito sul lavoro nella gig economy

Le recenti inchieste della Procura di Milano su Glovo e Deliveroo, accusate di aver sfruttato migliaia di rider in condizioni definite di caporalato digitale, hanno scosso il Paese.

E mentre al Nord si susseguono provvedimenti giudiziari e commissariamenti, anche in Sicilia cresce l’attenzione — e la preoccupazione — per il futuro del lavoro su piattaforma.

Il caso Milano: paghe sotto la soglia di povertà e algoritmi come “caporali”

A Milano, la Procura guidata dal pm Paolo Storari ha disposto prima il controllo giudiziario su Glovo e, a fine febbraio 2026, anche su Deliveroo Italy. L’accusa è durissima: sfruttamento sistemico dei rider, paghe inferiori fino al 90% della soglia di povertà, gestione del lavoro attraverso algoritmi che di fatto configurerebbero una subordinazione mascherata da autonomia.
Secondo gli atti, Deliveroo avrebbe impiegato tra i 3.000 rider milanesi e i 20.000 sul territorio nazionale in condizioni non dignitose, con retribuzioni giudicate sproporzionate rispetto al lavoro svolto.
La situazione non cambia per Glovo, dove l’inchiesta ha rilevato migliaia di lavoratori sottopagati, con scostamenti medi molto significativi rispetto ai contratti collettivi e alle soglie di povertà. 

Un modello che riguarda anche il Sud: la Sicilia osserva e teme

Sebbene le inchieste siano milanesi, il fenomeno dei rider sottopagati e privi di tutele riguarda tutta Italia, e la Sicilia non fa eccezione. Nell’Isola, migliaia di giovani — molti universitari, lavoratori part-time o persone in cerca di integrazione del reddito — operano per le stesse piattaforme con modalità analoghe:

  • contratti autonomi con gestioni di fatto subordinate,
  • compensi che dipendono da distanze, orari, meteo e domanda,
  • algoritmi che premiano la disponibilità continua e penalizzano chi non può lavorare nelle fasce più richieste.

Le reazioni nell’Isola: sindacati e associazioni chiedono tutele

Sulla scia dei fatti milanesi, le principali sigle sindacali siciliane — CGIL, CISL e UIL — stanno rilanciando campagne già avviate negli ultimi anni per:

  • riconoscere l’applicazione del CCNL Logistica,
  • garantire un salario minimo dignitoso,
  • prevedere coperture assicurative e contributive adeguate,
  • regolamentare l’uso degli algoritmi che determinano punteggi, priorità e assegnazione ordini.

La CGIL, commentando i provvedimenti della Procura, ha sottolineato che lo sfruttamento “non può essere la normalità in un settore che impiega decine di migliaia di lavoratori”, richiamando l’urgenza di una regolamentazione anche a livello regionale e nazionale. 

Il quadro siciliano: tra necessità economica e mancanza di alternative

In Sicilia, dove il tasso di disoccupazione giovanile resta tra i più alti d’Europa, il lavoro nelle piattaforme di delivery si è diffuso rapidamente, offrendo una possibilità di reddito immediata ma spesso instabile.
Molti rider isolani raccontano:

  • compensi che variano da 2,50 a 4 euro a consegna,
  • turni serali e notturni per ottenere guadagni accettabili,
  • costi a proprio carico per manutenzione, benzina, assicurazione, dispositivi di sicurezza.

Il timore è che, senza un intervento legislativo chiaro, la Sicilia diventi terreno fertile per forme sempre più diffuse di precarietà e sfruttamento, aggravate dalle condizioni economiche e dalla mancanza di alternative professionali.

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