Di Giuseppe Cirino (da FB)
Non mi occupo, né mi sono mai occupato, di progetti di difesa costiera, e la mia conoscenza dell’argomento nasce da studi e seminari di natura prevalentemente teorica.
Eppure, una certezza appare evidente: nessuna opera può dirsi efficace e durevole se non affonda le proprie radici in una conoscenza profonda del territorio, delle sue dinamiche e delle sue fragilità, sostenuta da studi seri e continuativi, capaci di produrre dati affidabili nel medio e lungo periodo.
Pensare di intervenire senza questa base significa esporsi a un fallimento annunciato. Affidarsi a professionisti improvvisati o a bandi di finanziamento compressi in tempi incompatibili con la complessità dei fenomeni naturali non è solo un errore tecnico, ma una responsabilità politica e morale. In questi casi il rischio non è teorico: è concreto, ed è quello di sprecare risorse pubbliche, di costruire opere inefficaci e, in definitiva, di buttare denaro a mare. Il tempo dei “maghi dei porti” e delle soluzioni miracolistiche è ormai al tramonto.
La difesa costiera non può più essere terreno di sperimentazioni estemporanee, ma deve diventare il risultato di una scienza matura, consapevole, capace di integrare conoscenza, esperienza e visione di lungo periodo. Questa è una delle sfide più grandi del nostro tempo e un dovere inderogabile verso le generazioni future, alle quali siamo chiamati a lasciare non promesse, ma certezze.
Per riuscirci è necessario compiere un passo ulteriore: abbandonare pregiudizi ideologici ed estremismi, anche in materia ambientale, che troppo spesso paralizzano il dibattito e impediscono soluzioni concrete. Occorre partire da un presupposto fondamentale: la tutela dell’ambiente e l’intervento dell’uomo non sono forze opposte per natura, ma possono e devono trovare un equilibrio fondato sulla conoscenza, sulla responsabilità e sulla scienza applicata con coscienza.Solo da questo equilibrio può nascere un vero e giusto compromesso.









